Intelligenza Emotiva, ancora tu?

 

Se qualche anno fa l’intelligenza emotiva era considerata una grande novità, ora la sentiamo nominare molto più spesso. Conoscerne la definizione però non significa automaticamente saperla padroneggiare, e infatti non sempre questa capacità può essere considerata come consolidata e stabile nelle pratiche manageriali di oggi.

 

UN PASSO INDIETRO

Siamo sempre stati abituati a pensare all’intelligenza come a un costrutto legato solo agli aspetti razionali e cognitivi. Questa definizione non tiene però conto di tutti quegli elementi fondamentali intrinsecamente presenti nella vita di ogni essere umano, come le relazioni e soprattutto le emozioni.
Essere efficaci e capaci nelle relazioni e nella gestione delle proprie emozioni infatti è necessario non solo per la vita di ogni giorno, ma è anche indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza.

Nei contesti aziendali, spesso noti per la loro razionalità, questi aspetti sono tutt’oggi ancora poco considerati. Quante volte abbiamo represso, non affrontato o mal gestito le nostre emozioni al lavoro? Sulla base di questo pensiero ci stupisce come le aziende tendano ancora a non dedicarsi al tema, nonostante molti studi abbiano sottolineato il potere delle relazioni e delle emozioni per l’essere umano quale ingrediente più pervasivo della nostra quotidianità, che ci accompagna letteralmente di ora in ora (se non minuto per minuto!).

Molte persone intorno a noi hanno una certa capacità e facilità nel riconoscere e gestire le proprie emozioni, e sono estremamente efficaci nelle relazioni che creano con gli altri.
Alcune di esse hanno raggiunto il successo al lavoro e nella vita grazie anche e soprattutto a questi aspetti.
Come possiamo allora individuarli e valorizzarli per aiutarci a crescere?

 

LA RIVALSA DEL QE

Il concetto di intelligenza emotiva, approfondito da Daniel Goleman già nel lontano 1995, ci viene in aiuto.

L’intelligenza emotiva è lo strumento che ci permette di far fronte alle sfide che nascono ogni giorno dal confronto con chi ci circonda, siano essi familiari, amici, o colleghi di lavoro.             
È uno strumento di cui ci serviamo per lo più inconsapevolmente:
è la capacità di leggere le emozioni, che ci permette di tessere relazioni, di gestire i conflitti, di dare e ricevere, nonché di conoscerci più a fondo e di valutare le reazioni di chi ci sta di fronte.

Ma è davvero così importante da possedere come professionisti?

Da qualche anno stiamo notando come il QE (il Quoziente Emotivo, potremmo dire la versione emotiva del QI) faccia sempre più parte dei fattori che potrebbero influire sulle decisioni quotidiane adottate dai manager, soprattutto in situazioni quali la scelta dei collaboratori da assumere, promuovere, potenziare, o addirittura licenziare.

Quasi i tre quarti (71%) dei responsabili delle assunzioni intervistati da Career Builder in un sondaggio che risale al 2011 (ben 9 anni fa!) hanno infatti dichiarato di considerare il QE come un aspetto molto più importante per un dipendente rispetto al QI. Più della metà (59%) del campione sosteneva infatti che non avrebbe assunto un candidato con un QI elevato ma un QE basso, e anche in fase di promozione il QE risultava l’aspetto più importante tra i due per il 75% degli intervistati.

Questi dati ci aiutano a capire come l’intelligenza emotiva negli anni sia stata riconosciuta sempre più come una capacità necessaria per lavorare e crescere professionalmente.

In che modo quindi possiamo allenarla allora?

 

COME ALLENARE L’INTELLIGENZA EMOTIVA

Sulla spinta di queste considerazioni, è importante capire innanzitutto come valorizzare e imparare da tutti quei colleghi che riconosciamo avere un QE elevato. Come si può apprendere da coloro che hanno un expertise solida nei processi operativi infatti, così anche chi risulta forte negli aspetti relazionali può insegnarci a individuare, saper gestire e regolare le emozioni che ogni giorno colorano i nostri rapporti interpersonali.

Insieme all’ aiuto fondamentale che possiamo cogliere da ciò che ci propone la comunità e le relazioni che esperiamo ogni giorno, possiamo andare a indagare più approfonditamente il concetto di Intelligenza Emotiva (IE).
L’IE infatti può essere intesa come un contenitore di altri 5 elementi legati tra loro:

 

Autoconsapevolezza

è la risposta alla domanda Riconosco quello che sto provando?
Essere più consapevoli delle nostre emozioni ci aiuta a identificare anche quelle degli altri: è stato dimostrato infatti che dare anche solo un nome all’emozione che stiamo provando ci aiuta nella gestione del nostro vissuto emotivo e della situazione che stiamo affrontando.

 

Empatia

è letteralmente “il provare dentro di sé le emozioni altrui”. Possiamo quindi intenderla come una sintonizzazione, un modo di metterci sull’onda giusta che anche l’altro sta cavalcando. In questo caso, si risponde alla domanda Che cosa sta provando l’altro?

 

Motivazione

D. Westen definisce motivazione come “la forza motrice che porta un individuo a comportarsi in un determinato modo al fine di raggiungere uno scopo”. I fattori motivanti migliorano effettivamente la prestazione, modificando la natura stessa del lavoro e rendendolo più stimolante e gratificante. Come le emozioni spostano la nostra attenzione su un evento infatti, così esse possono anche motivarci e ispirarci, poiché non sono passive ma hanno intrinsecamente un aspetto di action che ci porta a muoverci, quindi a comportarci in un determinato modo. In questo caso, si risponde alla domanda Che cosa ti motiva? Che cosa motiva l’altro?

 

Autoregolazione

è la capacità di gestire le proprie emozioni, ed è quindi il passaggio conseguente al riconoscimento e alla consapevolezza delle emozioni. Ogni emozione ha il suo valore e il suo significato: essere in grado di controllarle è la chiave del benessere psicologico personale. In questo caso, si risponde alla domanda Come sto reagendo e gestendo le mie emozioni di fronte a un determinato evento?

 

Abilità Sociali

un comportamento adeguato e competente è alla base del benessere personale e sociale perché influenza positivamente il modo di percepire se stessi e gli altri e il modo in cui siamo a nostra volta percepiti dagli altri. Non sono innate, ma devono essere identificate e insegnate. In questo caso, si risponde alla domanda Quali e come uso le mie competenze all’interno del mio spazio sociale?

 

E voi cosa ne pensate? Possiamo considerarlo come un concetto superato e già naturale sul posto di lavoro o abbiamo ancora bisogno di conoscerlo e allenarlo? A voi la parola!

 

 

 

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