L'assessment consapevole

 

 

Iniziamo con una breve e necessaria premessa di metodo: questo articolo parla di assessment, e, in particolare, di un modo di fare assessment basato su un approccio integrato delle competenze. In questo contesto il modello da delineare deve andare oltre la pura componente tecnica dell’assessor, che rimane ovviamente necessaria e imprescindibile, ma può non rivelarsi sempre sufficiente.
Per farvi capire l’importanza di questo approccio, e dimostrare come il concetto stesso di competenza si muova, nella sua espressione più solida, sui due assi verticale e orizzontale, abbiamo voluto partire da qualcosa di più presente nel quotidiano di ognuno di noi: il mondo scolastico prima, e quello accademico poi.

 

L’interdisciplinarietà rappresenta un elemento chiave dell’apprendere e dell’agire nel mondo di oggi.

 

Detta così, questa potrebbe sembrare una frase fatta, di pronto uso e di facile applicabilità, un po’ come quelle che si leggono negli oroscopi e che, in un modo o nell’altro, funzionano sempre.

Se pensiamo infatti alla scuola, risulta ovvio e quasi ridondante che le diverse materie siano collegate fra di loro, non fosse che per il semplice fatto che si tratta di prodotti che fuoriescono dalla stessa matrice: vale a dire il pensiero e la prassi umana.
Quando però si passa all’università, la situazione potrebbe sembrare differente e per certi versi opposta, essendo quello accademico il mondo della specializzazione e dell’approfondimento.

Insomma, mentre da bambini e da adolescenti i nostri percorsi di apprendimento e maturazione cognitivo/pragmatica si muovono su un asse prevalentemente orizzontale, quando, e se, frequentiamo gli atenei, i medesimi processi si verticalizzano per consentirci di divenire specialisti della materia studiata.

Ma è sempre così?

Non proprio: può esistere infatti una apprezzabile interdisciplinarietà di strumenti anche fra percorsi di studi diversi e opposti, o tradizionalmente ritenuti tali. Prendiamo ad esempio il mondo delle facoltà umanistiche e quello della facoltà scientifiche, le quali sembrano parlare spesso due linguaggi assolutamente incompatibili e i cui discenti paiono appartenere a due specie aliene l’una all’altra. Eppure…le discipline storiche, così come quelle filologiche, fanno ampio ricorso a strumenti di natura matematica ed in particolare statistica per individuare ricorrenze, frequenze e abbinamenti di parole, piuttosto che definire andamenti demografici, economici, politici.
Ma c’è di più: esistono facoltà, come quelle archeologiche, che costituiscono un perfetto esempio di discipline ibride, che, necessariamente, sfruttano ambedue gli assi delle competenze, quello verticale (specialistico) e quello orizzontale (di ampliamento interdisciplinare). Senza una solida e sistematica preparazione umanistica l’archeologo non sarebbe infatti in grado di identificare e contestualizzare i manufatti della cultura materiale in cui è specializzato nei quali si imbatte man mano che lo scavo procede. Ma, allo stesso tempo, senza una significativa integrazione scientifica (leggasi lo studio di materie come la geologia e la pedologia, nonché quello di trattati tecnici di metallurgia, tessitura, agricoltura, solo per citarne alcuni) non sarebbe in grado di leggere le tracce, spesso avare, nel terreno, cioè il contesto in cui i manufatti si trovano, rischiando dunque una comprensione parziale e frammentaria dell’oggetto dei suoi studi e del suo lavoro.

Ma tutto ciò cosa ha a che fare con l’argomento di questo blog? Dove è andata a finire, se mai c’è stata, la consapevolezza nel mestiere dell’assessment? Per trovarla dobbiamo partire dal sacrosanto principio che un processo di assessment può risultare molto più arricchito e organico se integrato da una conoscenza del contesto professionale in cui opera la persona alla quale lo stiamo somministrando. Questo si intende per consapevolezza. Proviamo a esemplificare meglio e più dettagliatamente questo concetto. Torniamo al modello orizzontalità vs verticalità. L’assessment consta nell’osservazione dei comportamenti organizzativi agiti da una persona a fronte di determinati stimoli. Quindi, per definizione, è un processo che si muove sull’asse “puro” dell’orizzontalità: gli strumenti, le metodologie, i modelli utilizzati non cambiamo se l’assessment viene somministrato a un operatore dei servizi bancari piuttosto che a uno del settore industriale. La Gestione dei Conflitti è sempre gestione dei conflitti, così come la Soluzione dei Problemi o la Pianificazione e via dicendo (le capacità del nostro cervello sono molte: elencarle tutte risulterebbe di una noia mortale). E questo costituisce un grande vantaggio perché rende questo lavoro replicabile ed efficace nel descrivere alcune caratteristiche di un individuo. Il quale, però, ha anche una identità professionale, vale a dire un contesto organizzativo in cui opera e ha imparato a operare.
Ed ecco che qui entra in gioco, in modo molto utile, il secondo asse: quello della verticalità e della conoscenza dei contenuti, sia di attività specifica sia di ambiente di riferimento. Questo perché gli assessor sono chiamati a valutare dei professionisti e non, genericamente, degli individui. Quindi, sia nel comprendere e descrivere quanto hanno osservato durante un assessment, ma soprattutto quando dovranno condividere i risultati del medesimo con il diretto interessato o con la sua struttura aziendale, risulteranno molto più efficaci e incisivi se sapranno collocare la persona nel contesto di appartenenza.
Un esempio? Immaginate di somministrare un assessment a un sergente dei Marines (tipo il sergente Hartman): sarebbe meglio per lui avere uno stile di gestione dei conflitti negoziale oppure unilaterale? E se la stessa capacità la osservassimo nel membro di un corpo diplomatico?

Si tratta ovviamente di un’esemplificazione estrema, ma che ci permette di comprendere un elemento fondamentale: la valutazione dell’effettiva efficacia di uno stile comportamentale deve anche tenere conto del contesto in cui questa capacità agisce, di quello che questo contesto le richiede in termini di modalità e attese.

Per concludere, fate come il buon archeologo: studiate l’identità professionale e la cultura aziendale di coloro che osserverete in assessment. Entrambi ne uscirete arricchiti.

 

 

 

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