Burnout: una panoramica

 

Cosa si intende per Burnout?

 

Parlando di Burnout, letteralmente “Bruciare completamente”, intendiamo quello stato di malessere della persona che genera esaurimento emotivo, demotivazione e depersonalizzazione e che si verifica perlopiù tra coloro che svolgono professioni in cui le relazioni occupano un ruolo centrale.

Il termine Burnout è stato utilizzato per la prima volta nel 1930 nel mondo dello sport con riferimento alla difficoltà degli atleti che, dopo avere ottenuto numerosi successi, spesso non riescono a mantenerli o a raggiugerne di nuovi.

Il contesto e l’attività sportiva richiedono infatti un impegno totale da parte di atleti, allenatori e professionisti del settore che può portare il loro corpo e la loro mente a raggiungere livelli di stress talmente alti da sfiorare il limite e scoppiare, generando così esaurimento fisico, psicologico ed emotivo. La quotidianità di un atleta e tutte le dinamiche annesse possono rivelarsi le cause scatenanti di questo malessere: l’incapacità di mantenere l’alto livello raggiunto, di bissare importanti successi sportivi o di resistere alle numerose pressioni esterne può, ad esempio, esaurire l’atleta a tal punto da procurargli uno stress psico-emotivo cronico che, se non percepito e curato, lo condurrà all’abbandono totale dell’attività (Dropout).

Per comprenderlo meglio, provate a pensare alla batteria del vostro smartphone: più utilizzate il telefono per chiamare, giocare, lavorare o passare il tempo, più la batteria si scarica.
Noi funzioniamo allo stesso modo: quanto più siamo inondati di attività, di impegni e di responsabilità, tanto più le nostre energie si esauriscono, con la differenza che il telefono ti avvisa in tempo quando si sta per spegnere così da poter intervenire immediatamente per ricaricarlo, mentre le persone non ricevono alcun avviso, nessun alert che possa far comprendere il pericolo di esaurimento energie che porta la mente ad assomigliare alla tanto temuta schermata nera con la scritta OFF.

La conseguenza reale di una tale situazione è un totale cedimento e decadimento delle risorse mentali, fisiche ed emotive, e si ripercuote sulla qualità delle prestazioni professionali dei soggetti coinvolti.

Negli ultimi anni il Burnout è diventato protagonista assoluto del mondo organizzativo, tanto da suscitare crescente interesse nei suoi vari protagonisti.

Dal 22 gennaio 2022, la Sindrome da Burnout entrerà ufficialmente a far parte dei fenomeni lavorativi contenuti nell’ Icd-11 (International Classification of Diseases), decisione presa dall’ OMS durante l’assemblea mondiale tenutasi a Ginevra a maggio del 2019.

L’OMS parla infatti di fenomeno e non di disturbo, in quanto non classifica il Burnout come malattia ma come fenomeno occupazionale i cui sintomi principali sono:

  • Esaurimento psicologico, fisico ed emotivo
  • Distanza emotiva nei confronti del proprio lavoro
  • Bassa efficacia professionale

 

Cause e Fattori di rischio

 

Per cercare di individuare quali siano i fattori scatenanti del fenomeno, Maslach (1992) ha effettuato una prima suddivisione considerando quelli Individuali, Organizzativi e Socio-demografici.

Tra i fattori Individuali troviamo tutte quelle caratteristiche personali che definiscono l’individuo come propenso all’introversione, all’autoritarismo, all’ambizione e alla competitività. Inoltre, rientra in questa categoria anche la tendenza a porsi obiettivi irrealistici, a mantenere uno stile di vita frenetico, a dedicarsi totalmente all’attività lavorativa e ad avere aspettative di vita molto alte.

I fattori Socio-demografici coinvolti in un possibile sviluppo del Burnout includono invece il Genere (le donne sembrano più propense a raggiungere uno stato di esaurimento lavorativo rispetto agli uomini), l’Età (i giovani sono i soggetti più a rischio, sia perché fortemente ambiziosi e perfezionisti, sia per lo stile di vita attivo e dinamico che conducono), lo Stato Civile (le persone nubili e celibi risultano maggiormente predisposte al Burnout rispetto a chi è affettivamente stabile).

Infine, i fattori Organizzativi si sono rivelati essere la causa principale di sviluppo del malessere lavorativo e si riferiscono alle possibili situazioni in cui si manifestano ambiguità e conflitto di ruolo, eccessivo carico lavorativo o, contrariamente, monotonia lavorativa e poca flessibilità oraria. Un ulteriore fattore rilevante può essere la percezione di ricevere un compenso economico non adeguato alle proprie attività e l’evidente discrepanza tra la natura del lavoro e quella della persona che si trova a svolgere tale incarico.

 

Attenzione ad alcuni campanelli d’allarme

 

La sindrome da Burnout non è facilmente riconoscibile poiché spesso viene associata a tratti individuali o a situazioni personali che si tende erroneamente a correlare a cause extra lavorative. Nonostante questo, ci sono numerosi campanelli d’allarme da non sottovalutare, che possono rivelarsi essenziali per intervenire in maniera immediata ed efficace. In particolare, Mashlach e Leiter (1999) evidenziano alcuni fattori a cui è importante prestare attenzione:

  • Esaurimento: comprende sia la sensazione di non avere energia, di sentirsi prosciugare senza riuscire a recuperare le forze necessarie ad affrontare la quotidianità e le eventuali novità, sia assenteismo e distacco.
  • Inefficienza: legata a sentimenti di inadeguatezza che fanno decrescere la fiducia nelle proprie capacità e aumentano la sensazione di impotenza e incapacità di cambiare il flusso degli eventi.
  • Cinismo: isolamento emotivo e fisico nei confronti del lavoro e dei colleghi che comporta assenza di coinvolgimento, totale indifferenza e negatività, frustrazione e irritabilità che si ripercuotono sulle performance sia in termini di quantità che di qualità.

 

La persona che vive l’esperienza del Burnout dovuta al contesto lavorativo si trova ad affrontare una forte situazione di malessere che, se trascurata o non compresa, può avere ripercussioni gravi. È quindi importante prevenire la sua insorgenza e nel caso, intervenire il prima possibile.

 

Come intervenire?

 

Il primo passo per evitare che si verifichi Burnout è quello di prevenirlo. In che modo?

Possiamo distinguere tre modalità diverse di interventi di prevenzione (Balducci, 2015):

 

  • Prevenzione primaria

Comprende tutti quegli interventi utili a evitare o diminuire i rischi e i possibili danni professionali. Parte dall’organizzazione e non dal singolo individuo, e si focalizza sull’importanza della promozione di condizioni lavorative ottimali che tendano a ridurre i rischi di insorgenza. Un esempio di intervento potrebbe essere lo sviluppo di una Policy comune all’azienda che legittimi la volontà di sensibilizzazione e responsabilizzazione. L’azienda, inoltre, potrebbe promuovere al suo interno percorsi che possano aiutare le risorse a migliorare il loro modo di vivere l’organizzazione: potrebbe essere interessante offrire la possibilità ai propri dipendenti di intraprendere percorsi di Coaching o Counselling personalizzati.

 

  • Prevenzione secondaria

Si focalizza principalmente sulle persone e su tutti quei sintomi che potrebbero portare a sviluppare malessere. L’obiettivo di questi interventi è quello di aumentare la consapevolezza sulle possibili cause e conseguenze che il Burnout potrebbe comportare, insegnando strategie di coping che possano far rientrare l’allarme. Rendere gli individui capaci di riconoscere fattori rilevanti e campanelli d’ allarme è una prima e fondamentale fase che può creare le basi di un benessere comune. Esistono diverse strategie d’intervento da poter proporre, focalizzate ad esempio sull’importanza di un corretto stile di vita, sulla salvaguardia di un adeguato recovery e di un’ottimale pianificazione del tempo o sull’ apprendimento di tecniche di rilassamento, meditazione e nozioni di psicologia positiva.

 

  • Prevenzione terziaria

Agisce principalmente sul singolo individuo e sul malessere che manifesta. L’obiettivo di questo intervento è quello di evitare ulteriori aggravamenti di una condizione già compromessa, facilitando il ritorno al pieno funzionamento della persona sia a livello individuale che lavorativo. Le organizzazioni, in questi casi, potrebbero proporre screening, trattamenti medici e counselling psicologici che aiutino le risorse a ritrovare il benessere perduto.

Le organizzazioni dovrebbero impegnarsi a promuovere una cultura organizzativa che dia importanza al miglioramento personale ottenuto nel tempo piuttosto che alla qualità della performance e al risultato raggiunto, cercando di mettere sempre in risalto gli aspetti brillanti del lavoro dell’individuo e non solo quelli negativi; inoltre, enfatizzare relazioni positive puntando sulla costruzione di un clima emozionale corretto e costruttivo può aiutare l’organizzazione a creare benessere generale, elemento che avrà un impatto rilevante anche su produttività e qualità delle performance.

 

Costruire e mantenere un clima emozionale positivo dovrebbe essere la prima preoccupazione di chiunque gestisca un team, sportivo o aziendale che sia.”

(Pietro Trabucchi)

 

 

 

Bibliografia:

Balducci, C. (2015). Gestire lo stress nelle organizzazioni. Bologna: Il Mulino

Maslach, C. (1992). La sindrome del burn-out. Assisi: Cittadella Editrice.

Maslach, C. & Leiter, M. (1999) Burnout e organizzazione. Trento: Erikson.

 

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